Last call 2020:Expo chiama Europa

venerdì 08 maggio 2015 09:25 / UIDU
"Europe2020: smart, sustainable, inclusive." Questo è il motto di Enterprise 2020, la strategia europea che ha delineato obiettivi e azioni nell'ambito della CSR a partire dal 2011. Da allora qualcosa si è fatto ma non in modo sufficiente e si stanno ridiscutendo parametri e finalità. Tra i tanti momenti di riflessione sull'andamento delle politiche implementate ci sarà uno dei più grandi eventi di Expo 2015.

Questo articolo è stato pubblicato su The Way, il blog di Uidu.org. http://theway.uidu.org/formazione/last-call-2020-expo-chiama-europa/#.VU0PM_ntmko

"Europe2020: smart, sustainable, inclusive." Questo è il motto di Enterprise 2020, la strategia europea che ha delineato obiettivi e azioni nell'ambito della CSR a partire dal 2011. Da allora qualcosa si è fatto ma non in modo sufficiente e si stanno ridiscutendo parametri e finalità. Tra i tanti momenti di riflessione sull'andamento delle politiche implementate ci sarà uno dei più grandi eventi di Expo 2015. Del resto per un'esposizione universale che fa della sostenibilità alimentare il tema conduttore, non poteva mancare anche un momento di forte riflessione in merito alla solidarietà e l’inclusività della pratica imprenditoriale in Europa e nel mondo.

La conferenza internazionale, denominata "Last call to Europe 2020", in cui dovrebbero essere chiamati a discutere sia rappresentanze di stati che soggetti economici, dovrebbe tenersi a giugno e avrà come punto di partenza il "Milano Csr Manifesto", documento ancora inedito, pensato ed elaborato dalla fondazione Sodalitas.

Tale conferenza, ha dichiarato più volte la presidentessa della fondazione Sodalitas Diana Bracco, vuole essere una sollecitazione forte per le imprese al fine di raggiungere gli obiettivi individuati dalla commissione europea nella strategia Europa2020: "fare di più con meno, promuovere stili di vita e consumo sostenibili, progettare nuovi sistemi di welfare."

A che punto siamo arrivati oggi con Enterprise2020? A quanto pare l'orizzonte non è roseo ma nemmeno funereo. Secondo i dati di una consultazione rivolta alle imprese europee in merito all'applicazione dell'EU CSR strategy, l'83% delle aziende investe in CSR. I 2/3 delle aziende consultate ritiene che l'impatto di politiche di CSR sia positivo e l'80% considera tali politiche adatte per incrementare la sostenibilità e la competitività dell'azienda stessa.

I punti negativi finora riscontrati nell'approccio europeo sono innanzitutto aver trascurato la connessione fra nuovi posti di lavoro e l'innovazione sociale, in termini di nuovi prodotti, servizi, modelli produttivi. Manca un terreno fertile per una nuova rete produttiva che possa declinare la CSR all'interno del proprio Core business e non solamente a latere della produzione in essere. Non si è incentivato in modo adeguato la nascita di imprese “sociali” largamente intese, che pur occupandosi di attività tradizionali, ripensino la collocazione dell’azienda nella società dando priorità ai fini solidali e non al profitto. Per fare un esempio concreto, tutto ciò significa incentivare start up e aziende come la Toms, società nata in America, la quale regala un paio di scarpe a bambini bisognosi per ogni paio di scarpe venduto. Elemento sicuramente non trascurabile affinché si realizzi questo cambiamento è un'adeguata remunerazione degli investimenti, soprattutto pubblici, punto fondamentale quanto conseguente a una serie di altre condizioni. Altro punto di criticità, lust but non least, è la profonda modifica delle politiche educative, di ricerca e di formazione rispetto alla CSR, investendo sulla relazione fra università, centri di ricerca e imprese.

Per raggiungere tali obiettivi, l’Europa ha intenzione di rivedere le proprie azioni puntando sul capitale umano. Da una parte si è individuato un intervento sul lavoratore in quanto tale, rafforzandone le competenze e valorizzandone il talento, partendo da un continuo e assiduo ripensamento della propria carriera lavorativa. Dall’altra si incrementeranno le politiche per la sollecitazione di nuovi posti di lavoro legati a attività di frontiera innovative e le politiche per massimizzare le opportunità presenti su tutto il territorio europeo. L’obiettivo dichiarato è di formare 5 milioni di lavoratori maggiormente competenti e attrezzati per affrontare le tematiche della CSR.

L’evento Last call for Europe 2020 quindi si inserisce pienamente nel dibattito attuale europeo. I dettagli del manifesto Csr Milano ancora non si conoscono ma probabilmente il documento sarà incentrato sui  caposaldi dell'innovazione sociale e dell'impresa sociale, temi cari a chi già ora opera come impresa tradizionale. Sono inoltre argomenti già ampiamente trattati in letteratura ma su cui in termini di politche incentivanti, nonché a livello normativo, si è fatto poco. La prima trattazione organica dell'impresa sociale in una legge è avvenuta nell’anno 2005 e benché siano passati pochi anni, alcuni elementi di quella legge hanno impedito che fosse efficace. Recentemente è nata una proposta di legge di riforma del terzo settore su iniziativa dagli onorevoli Bobba e Lepri, sollecitata da molti attori coinvolti. All'interno di questa ampia proposta che tocca più argomenti c'è anche una parte cospicua dedicata all'impresa sociale.

Il tema vitale pare essere proprio il termine non profit, indicante la caratteristica principale di queste società, ovvero la volontà di non trarre profitto dalla propria attività ma di dedicare l'utile interamente a obiettivi sociali. Da qui le previsione nella vecchia legge dell'impossibilità totale di redistribuzione degli utili che delll'indivisibilità del patrimonio. Questa concezione viene aggredita da due lati opposti. Da una parte si sostiene nel dibattito culturale e scientifico che far impresa non possa essere più declinato solamente come attività con obiettivo di lucro. Impresa è impresa anche quando si pone obiettivi sociali e come tale va riconosciuta ad esempio nel codice civile, dove invece la definizione di impresa è legata in modo indissolubile al lucro appunto. D'altra parte la riforma invece concepisce l'impresa sociale come un'impresa vera e propria nel mare impetuoso del mercato e affinché essa possa sopravvivere, le devono essere riconosciuti strumenti per poter crescere e competere. Da qui la revisione seppur in certi limiti della redistribuzione degli utili, in sintonia anche con l'obiettivo europeo di aumentare la remunerazione del capitale delle imprese sociali. Tuttavia non c'è consenso su questo punto poiché verrebbe meno la differenziazione rispetto alle attività speculative e in secondo luogo si perderebbe di vista quello che è l'interesse generale, comunitario, perseguito dalle organizzazioni non profit. a ciò si lega anche la nuova definizione che vedrebbe le imprese sociali come soggetti “aventi come obiettivo primario il raggiungimento di impatti sociali positivi misurabili”. Tale definizione farebbe della misurabilità, e non certo dei fini sociali, l'lelemento fondante di queste imprese. Oltre a ciò si apre anche la questione cosa si intende per misurabilità e quali sono gli strumenti della misurabilità stessa.

La riforma ha appena intrapreso il suo percorso parlamentare e molto verrà dibattuto prima che diventi definitivamente legge. Quale sarà la ricaduta del documento di Milano nella discussione e nelle pratiche relative alla CSR, soprattutto per quanto riguarda l'impresa sociale, non è dato saperlo. Certo è che la vetrina offerta da Expo2015 nonché la natura internazionale dell'evento porterà nuovi spunti utili al dibattito, nonché una maggiore coscienza di cosa significhi fare impresa socialmente responsabile.

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